18 agosto 2013

uno spettacolo che avevo dimenticato

17 gennaio 2008 - Piccolo Regio di Torino
Spettacolo: Requiem for a dying Planet, omaggio a Werner Herzog

Alla apertura della scena, buio totale, sullo sfondo si
intravede un grande schermo, al lato sinistro una figura seduta, un uomo,
vestito perfettamente ma scalzo, imbraccia un violoncello, e piano piano ci
si rende conto che sta producendo suoni con l'archetto, cigolii,
strisciature sempre sullo stesso punto delle corde, e che non hanno nulla
di
musicale .... lamenti di un attrezzo da falegname....

La cosa prosegue qualche minuto, silenzio assoluto nella sala
completamente gremita, scalini inclusi.

Ad un tratto, dall'alto della scala a destra degli spettatori,
comincia a scendere una figura avvolta in un lungo abito, cantando una nenia
dolentissima e molto suggestiva.
Il violoncello segue con i suoi lamenti, ma si comincia a
intuire che rappresentano un accordo che verrà.

Lo schermo prende vita, lentissimamente, e appare un deserto di
pietre, la camera lo percorre quasi correndo, vi svolazzano sacchetti di
plastica traparente, il cielo che incombe e' grigio.
Brani di un documento di Herzog, da Requiem for a dying Planet,
lui in primo piano che in un americano furioso racconta cosa sta succedendo
alla terra, alle sabbie che la invaderanno e alla aridità che possiede il
pianeta, piano piano.

Il violoncellista prende un alito di vita, l'Africa arriva sul
palco e le immagini vanno avanti da sole, poi si fermano e dal buio del
fondo scena appaiono 5 figure in cerchio stretto rivolte verso l'interno
del
cerchio che cominciano a cantare una nenia sarda, una nenia funebre o
funesta, o forse solo emozionante.

La successione prosegue fra video bellissimi sul sopra e sotto
di terra e l'acqua, l'interno di uno shuttle con i suoi astronauti
svolazzanti che mangiano seduti sull'aria e guardano il pianeta di lontano,
sub sotto i ghiacci, tropico, rettili, riprese macro di vermi ed insetti
striscianti e affaccendati - e - suoni di violoncelo, canti africani e
sardi.
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Appare ancora Herzog sul video, spezzoni di un documentario "End
of a dream", il tema sempre lo stesso: il sogno spezzato di una terra invasa
e maltrattata.
Grande corale sarda, accorata e un po' cupa.

Fine e applausi.

Il pubblico pero', si divide, chi mena le mani forsennatamente,
chi perplesso se ne sta seduto a pensare senza muovere un dito.

Herzog, in sala, si è goduto lo spettacolo in piedi, appoggiato
a una parete.
Si e' tagliato il codino, ma la rabbia gli e' rimasta e l'arte pure.

Non ho saputo replicare, ne' dire - a chi dichiarava "magnifico" -
che stavo fra quelli che hanno appludito poco e pensato un po'..

Meglio non deludere chi riesce ancora ad essere toccato, forse
in una consapevolezza che ancora non vuole venire fuori, da immagini ormai
molto viste, su temi che anche un cane dovrebbe conoscere, anzi lui meglio
di altri...