22 dicembre 2013

Come corrono le giornate

Così davvero mi piace vivere: mi alzo presto, bevo un lungo caffe' (allungato e bevuto lentamente), esco per una passeggiata, vado a qualche mostra, entro nei musei, quasi sempre deserti.
Ma dove sta tutta questa gente di cui si parla tanto?

Resto per ore a guardare tutte le invenzioni possibili, ogni opera esposta, tutti i video disponibili, mi fermo a provare tutto cio' che e' consentito sperimentare a un solitario visitatore, e porto a casa sensazioni che non avrei mai immaginate, perche' non sono mai stata prigioniera, o gatto o comandante di nave.

E neppure fotografo, pittore, attore, scultore, esploratore, santo, malato immaginario, commediografo, ballerino, inventore, pazzo o visionario. Purtroppo.

Mangio quando ho fame e dove capita, cose dolci e senza gemiti di creature senzienti.

Se posso mi crogiolo al sole, ma l'ombra e l'aria fresca mi sono compagni piu' graditi.
Torno a casa quando le strade si popolano troppo per le mie esigenze di solitudine e di pensiero.

Leggo giornali piu' o meno bugiardi, scrivo un diario bambino e semplice, guardo una televisione piu' o meno intelligente, ascolto e vedo che cosa succede nel mondo o come vive gente lontanissima da qui.
Addestro la mia lingua e la mia cultura a scegliere sempre meglio le parole che servono per capire e lasciarmi capire.

Esco, se ne ho ancora voglia, e giro fra scaffali di supermercati nuovi e divertenti, compero qualcosa che non ho ancora e torno contenta nella tana.

Parlo con amici, rispondo alle loro domande, anche solo al telefono, do' notizie e ne ricevo, faccio rapide cronache delle mie giornate e delle mie novità, condivido felicità e stupori.

Vado a teatro se mi va, a un concerto se mi piace, a visitare qualcuno se voglio vedere i suoi occhi scintillanti di curiosità e il suo sorriso accattivante. E se ho voglia delle sue carezze.

A letto vado anche senza sonno, e con due, tre libri, per scegliere quello migliore a cercare sogni dolci con me.

Non mi manca niente, non mi manca nessuno.

Auguro a chiunque una vita così bella, senza campane a dividere le ore, senza obblighi di presenza in alcun posto, senza pretese da parte di egoisti oppressivi.
Una vita libera da tutto cio' che non sono i propri pensieri e la propria voglia di vivere e crescere dentro.

Addio bella e rumorosa Italia, mi sembri sempre piu' un paesino da abbandonare.

18 novembre 2013

René Daumal

«Sono morto perché non ho il desiderio, non ho desiderio perché credo di possedere, credo di possedere perché non cerco di dare. Cercando di dare, si vede che non si ha niente, vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi, cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente, vedendo che non si è niente, si desidera divenire, desiderando divenire, si vive».

10 novembre 2013

Thomas Clayton Wolfe

"L'intera convinzione della mia vita risiede ora nel credere che la solitudine, lungi dall'essere un fenomeno raro e curioso, peculiare a me stesso ed a pochi altri uomini solitari, è il fatto centrale e inevitabile dell'esistenza umana."

5 novembre 2013

Laila Mahmuda - (Isabelle Eberhardt)

 

Partire é la più bella e coraggiosa
di tutte le azioni.
Una gioia egoistica forse, ma una gioia,
per colui che sa dare valore alla libertà.
Essere soli, senza bisogni, sconosciuti,
stranieri e tuttavia sentirsi a casa ovunque,
e partire alla conquista del mondo.

Isabelle Eberhardt

ATTILA JOZSEF - POETA UNGHERESE

Il dolore è un posticino grigio, silenzioso,

col viso asciutto, gli occhi d'un azzurro chiaro,

dalle sue spalle fragili pende la borsa, 

il vestito è scuro e consumato.

Nel suo petto batte un orologio

da pochi soldi; 

timidamente sguscia

di strada in strada, 

si stringe ai muri delle case, 

sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

Attila József

 

Il dolore, sì, è vero, è grigio. Non ha quella bella tonalità decisa del nero, dove ti perdi e non vedi niente. È un non-colore, che spegne la realtà, la rende tacita e ammorbante. È come uno sguardo di occhi troppo chiari, par che non abbiano un concetto di vita deciso nel loro riflesso. Il dolore ha le spalle fragili, ed ha visitato così tante persone che i suoi vestiti sono consumati. Non è ricco e ruba il tempo che corre via su un orologio per niente prezioso. Sarà un uomo timido, non credo gli piaccia andar dalle persone, arrivare d'improvviso nelle case e fare a pezzi cuori innocenti; camminerà per le strade senza volersi far vedere, si stringe ai muri delle case, sparisce in un portone, poi bussa. E ha una lettera per te. Per quanto sia avvilente, quest'uomo malinconico, l'abbiamo conosciuto tutti.

Attila Joszsef, poeta ungherese. Lo so, mi direte di non averlo sentito mai, ed è esattamente per questo motivo che ve ne parlo; perché la voce della poesia si infila in tutti gli anfratti del mondo, nelle anime perdute, in quelle sconsolate e senza ispirazione, solo per guarirle, per tirarle fuori dall'anonimato e per portarsele via, tra l'eternità di parole che risuoneranno per sempre. Nato di Budapest, non ebbe vita facile, tuttavia è una voce orgogliosa del XX secolo: la sua esistenza è sempre stata un continuo arrangiarsi e sopravvivere, lasciare la sua vita solo alle parole che raccontavano il suo dolore e anche quello degli altri. Si spense presto, abbandonandosi al destino di un binario su cui correva sempre un treno. Le sue poesie ci sono arrivate tradotte in Italia grazie a Umberto Albini , docente di letteratura greca dell'Università di Genova; la poesia si trova nella raccolta "Poesie", contenente la sua produzione dal 1922 al 1937, anno della sua morte. Presso l'Università di Seghedino c'è una statua che lo rappresenta, per ricordare che nonostante una vita difficile ha sempre trovato spazio per la sua vocazione.

Con questa particolarissima allegoria del dolore, Attila Jozsef sembra descrivere un po' anche se stesso, nei tratti del viso asciutto e nei vestiti consumati si trovano dei riflessi di quello che era; è come se il dolore fosse così entrato a far parte della sua vita da arrivare al punto di identificarcisi. Il dolore è un posticino, è un luogo della mente dove i colori si sciolgono piano piano e nemmeno ci si fa caso; il dolore è una persona, striscia lungo i muri e arriva di soppiatto, porta una notizia e non va via facilmente, certe volte si affeziona e diventa un ospite costante. Veste di grigio e ha vestiti consumati. Ruba il tempo, e si infiltra nei cuori per prenderne il posto.

Attenzione, se alla porta bussa qualcuno, è bene guardare l'orologio che indossa.


 

25 ottobre 2013

il dolore

Il dolore è un posticino grigio, silenzioso,

col viso asciutto, gli occhi d'un azzurro chiaro,

dalle sue spalle fragili pende la borsa, 

il vestito è scuro e consumato.

Nel suo petto batte un orologio

da pochi soldi; 

timidamente sguscia

di strada in strada, 

si stringe ai muri delle case, 

sparisce in un portone.

Poi bussa. E ha una lettera per te.

Attila József

15 ottobre 2013

12 ottobre 2013

12 ottobre 1994 - 12 ottobre 2013

Oggi è proprio un giorno speciale: sono passati 19 anni dal momento in cui avrei potuto agevolmente morire, lasciando di me un ricordo quasi eroico, o anche solo eccezionale, agli amici e ai parenti, e forse al mondo intero.
Pero' non è successo, e ho trascinato questi giorni e mesi e anni soffrendo fisicamente come mai avrei immaginato, per arrivare ad oggi carica di livore verso me stessa, in quanto incapace di successo nell'approfittare di un'occasione di morte certa, ancorche' non suicidaria e quindi giustificata nella sua inconcludenza e inefficacia.
 

1 ottobre 2013

Ancora Marylin

"la donna che non ha fortuna con gli uomini non sa quanto sia fortunata"

30 settembre 2013

Mi consola, Marylin...

if you have been happy, it does not count as a mistake
 
Marylin Monroe

18 agosto 2013

uno spettacolo che avevo dimenticato

17 gennaio 2008 - Piccolo Regio di Torino
Spettacolo: Requiem for a dying Planet, omaggio a Werner Herzog

Alla apertura della scena, buio totale, sullo sfondo si
intravede un grande schermo, al lato sinistro una figura seduta, un uomo,
vestito perfettamente ma scalzo, imbraccia un violoncello, e piano piano ci
si rende conto che sta producendo suoni con l'archetto, cigolii,
strisciature sempre sullo stesso punto delle corde, e che non hanno nulla
di
musicale .... lamenti di un attrezzo da falegname....

La cosa prosegue qualche minuto, silenzio assoluto nella sala
completamente gremita, scalini inclusi.

Ad un tratto, dall'alto della scala a destra degli spettatori,
comincia a scendere una figura avvolta in un lungo abito, cantando una nenia
dolentissima e molto suggestiva.
Il violoncello segue con i suoi lamenti, ma si comincia a
intuire che rappresentano un accordo che verrà.

Lo schermo prende vita, lentissimamente, e appare un deserto di
pietre, la camera lo percorre quasi correndo, vi svolazzano sacchetti di
plastica traparente, il cielo che incombe e' grigio.
Brani di un documento di Herzog, da Requiem for a dying Planet,
lui in primo piano che in un americano furioso racconta cosa sta succedendo
alla terra, alle sabbie che la invaderanno e alla aridità che possiede il
pianeta, piano piano.

Il violoncellista prende un alito di vita, l'Africa arriva sul
palco e le immagini vanno avanti da sole, poi si fermano e dal buio del
fondo scena appaiono 5 figure in cerchio stretto rivolte verso l'interno
del
cerchio che cominciano a cantare una nenia sarda, una nenia funebre o
funesta, o forse solo emozionante.

La successione prosegue fra video bellissimi sul sopra e sotto
di terra e l'acqua, l'interno di uno shuttle con i suoi astronauti
svolazzanti che mangiano seduti sull'aria e guardano il pianeta di lontano,
sub sotto i ghiacci, tropico, rettili, riprese macro di vermi ed insetti
striscianti e affaccendati - e - suoni di violoncelo, canti africani e
sardi.
>
Appare ancora Herzog sul video, spezzoni di un documentario "End
of a dream", il tema sempre lo stesso: il sogno spezzato di una terra invasa
e maltrattata.
Grande corale sarda, accorata e un po' cupa.

Fine e applausi.

Il pubblico pero', si divide, chi mena le mani forsennatamente,
chi perplesso se ne sta seduto a pensare senza muovere un dito.

Herzog, in sala, si è goduto lo spettacolo in piedi, appoggiato
a una parete.
Si e' tagliato il codino, ma la rabbia gli e' rimasta e l'arte pure.

Non ho saputo replicare, ne' dire - a chi dichiarava "magnifico" -
che stavo fra quelli che hanno appludito poco e pensato un po'..

Meglio non deludere chi riesce ancora ad essere toccato, forse
in una consapevolezza che ancora non vuole venire fuori, da immagini ormai
molto viste, su temi che anche un cane dovrebbe conoscere, anzi lui meglio
di altri...

11 luglio 2013

ascoltare e pensarci su????

Milan Kundera

"El hombre atraviesa el presente con los ojos vendados. Sólo puede intuir y adivinar lo que de verdad está viviendo. Y después, cuando le quitan la venda de los ojos, puede mirar al pasado y comprobar qué es lo que ha vivido y cuál era su sentido. 

Aquella noche pensé que estaba brindando por mis éxitos, sin tener la menor sospecha de que estaba celebrando la inauguración de mis fracasos."

El Libro De Los Amores Ridículos
Milan Kundera

6 luglio 2013

Marcus Tullius Cicero

si vis doceri, doce

19 gennaio 2013

Friedrich Nietzsche

"Così parlo Zaratustra"
nel passo Dei dispregiatori dei corpi
 
"Strumento del tuo corpo è anche la tua piccola ragione, fratello, che tu chiami spirito, un piccolo strumento e giocattolo della tua ragione […] Dietro i tuoi pensieri e sentimenti, fratello, sta un possente sovrano, un saggio ignoto che si chiama . Abita nel tuo corpo. È il tuo corpo. Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza. Nell'arco della vita l'uomo impara a usare il proprio cervello (che è corpo!), con finezza e capacità.